Nella nostra democrazia, il potere più forte è quello giudiziario sia per la struttura che per il modo di esercitare il potere.
La magistratura non è elettiva, come gli altri due poteri costituzionali dello Stato, e ciò le conferisce una stabilità molto solida. E’ un gruppo relativamente ristretto e quindi più compatto, anche se non mancano dei sottogruppi che però possono più facilmente organizzarsi ed armonizzarsi piramidalmente. E’un organismo che con la sua relativa indipendenza dagli altri poteri difende i suoi privilegi, che sono i privilegi dei suoi componenti, e può agevolmente incrementarli, interferendo a volte anche pesantemente sui poteri politici. Non mancano esempi di azioni corporative tese a contrastare ogni tentativo dei legislatori di proporre dei regolamenti, soprattutto quando si parla di interessi economici e ancor di più laddove dalle forze politiche si invocano limitazioni negli strapoteri di certi magistrati.
I Magistrati invocano la sacralità della Legge di cui si considerano e si dichiarano Sacerdoti rispettosi, trincerandosi dietro una funzione che deve restare libera da ogni tipo di pressione e di limitazione (compresa prima di tutto quella economica).
Il diritto è il fondamento costituzionale dello Stato ma il diritto è di origine umana e come tutto ciò che deriva dall’uomo non può prescindere dai limiti temporali, spaziali, culturali e sociali dai quali questi è condizionato. Perfino le Costituzioni hanno bisogno di interpretazioni in relazione a situazioni particolari e sono soggette a modifiche anche sostanziali, conseguentemente alle trasformazioni sociali e alle situazioni storiche.
Il potere giudiziario esercita l’amministrazione della giustizia nel rispetto delle leggi e la Legge è uguale per tutti: sulla carta, in teoria, molto poco in pratica.
La legge non è mai univoca e non ha forza operativa: va interpretata e applicata, volta per volta nelle situazioni contingenti, da individui diversi, in diversi contesti ambientali e in relazione a molteplici variabili socio-ambientali. E’ tanto facile che l’interpretazione sia ingiusta che la stessa Legge prevede i gradi di giudizio che spesso giungono a conclusioni diverse se non opposte.
Proprio perché amministra la legge, molto spesso la magistratura si pone al di fuori di essa. E’ il magistrato che stabilisce chi e quando commette un reato ed è irresponsabile del suo giudizio. E’ sempre il magistrato che valuta l’entità della pena e può non punire il reo. Ciò può avvenire coscientemente o incoscientemente, volontariamente o involontariamente, ma accade spesso, come quando sopravviene la decorrenza dei termini o ci sono vizi procedurali. In presenza di più reati effettivi o ipotetici è sempre il magistrato che decide quale reato perseguire e quale lasciare in disparte tanto che perfino reati non prescrittibili, alla fine, restano sospesi per sempre. Ci sono reati che non vengono perseguiti, (per motivi di ordine pubblico?) come le manifestazioni non autorizzate che provocano danni mai risarciti, occupazioni abusive di immobili che durano per anni o decenni, senza interventi giudiziari e così via, per una sfilza infinita di reati.
E’ tanto forte la consapevolezza di essere amministratori e interpreti della giustizia che molto spesso, anzi troppo spesso, l’atteggiamento di certi magistrati diventa tracotante, perché si sentono la Legge.
D’altra parte il magistrato non è soltanto membro di un gruppo, della magistratura, da cui riceve potere, a cui deve rispondere e per il quale deve operare, muovendosi nell’ambito della sua struttura. Come nel branco, ci sono interessi comuni e c’è una gerarchia che va rispettata, ma nella dimensione umana, diversamente da quella animale, ogni individuo fa parte di molteplici gruppi che condizionano sempre il suo operato.
L’imparzialità del giudice è l’utopia teorica di chi ritiene che il magistrato sia senza storia, senza sentimenti, senza rapporti sociali, senza condizionamenti e soprattutto senza interessi e senza ambizioni, mentre, al contrario, è e resta il risultato della sua storia personale e dei suoi rapporti interpersonali e ambientali.
Quanto incidono nelle interpretazioni delle leggi le ambizioni politiche del magistrato? Quanto le sue speranze di carriera? Quanto le sue vicende personali? Quanto le sue convinzioni personali e i suoi sentimenti? Quanto le sue limitazioni personali e la sua presunzione?
Purtroppo accanto a tanti magistrati che cercano, nei limiti delle loro possibilità, di inibire ciò che non dovrebbe mai interferire con la loro funzione, ci sono tanti altri che non sentono alcun bisogno di farlo, anzi si esaltano nell’esercizio del loro potere. Avviene così che si assiste a persecuzioni politiche fondate su reati inesistenti che dopo anni o decenni di procedimenti giudiziari vengono archiviate senza che ci sia nessun responsabile delle conseguenze subite dagli indagati e processati. D’altra parte nella società democratica il potere degli innumerevoli gruppi di cui ogni cittadino fa parte agisce e incide fortemente sul comportamento di questi magistrati, per cui le loro interpretazioni giudiziarie sono distorte e parziali, ma restano purtroppo sentenze, molto spesso esecutive.
Si parla continuamente di errori giudiziari, ma l’errore è dovuto o a ignoranza, o a inettitudine o a dolo. Un giudice non può essere ignorante, anche perché ci sono gli avvocati a ricordagli quali siano le leggi che deve applicare, e in ogni caso va rimosso dalla sua funzione se continua a dimostrare la sua incompetenza. Ugualmente se un giudice è inetto, perché distratto da altri interessi, non può continuare a fare il giudice. Figuriamoci poi se opera con dolo: dovrebbe essere immediatamente processato. Chi dovrebbe provvedere a eliminare il ripetersi di tanti errori giudiziari è la Magistratura, ma un gruppo tende sempre a difendere, finché può, i suoi componenti e la magistratura è autoreferenziale. Oggi, più che mai, risuona l’accorato grido di Dante: Le leggi son, ma chi pon mano ad esse? Pensiamo alle leggi sulla responsabilità dei giudici, come la Legge Vassalli, che la Magistratura, autoreferente, dimentica quasi sempre.
E’ tanto forte il senso di appartenenza al gruppo del potere giudiziario che nella maggior parte dei giudici diventa costitutivo della loro personalità. Anche quando non esercita più perché pensionato o perché passato ad altra attività, chi è stato giudice continua ad indossare la toga e a sentirsi elemento che continua ad appartenere al gruppo. Un esempio vivente ne è il Capo dello Stato, il Presidente Mattarella. In circa dieci anni di attività particolarmente intensa, che lo ha visto impegnato in ogni campo e in ogni situazione, in cui ha proposto sempre il suo autorevole giudizio e i suoi oculati ed illuminati consigli e riflessioni, non ha mai speso, ufficialmente, una parola nei confronti dei numerosi e gravi problemi della magistratura.
Vittorio Pratola
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