3° puntata
Nella democrazia moderna, la rivendicazione della libertà, concetto ereditato dal liberalismo settecentesco, è diventato il vessillo di ogni azione antisociale che coincide con il ritorno a quell’egoismo primordiale che è la manifestazione irrazionale dell’istinto di conservazione.
Di fatto l’essere umano, nella nostra società, cosiddetta democratica, è sempre più solo e sente il bisogno di uscire da sé, ma non è la società che riesce a dargli delle risposte soddisfacenti, proprio perché lo rigetta, nella sua solitudine, all’egoismo, ad un egoismo bestiale e non lo sollecita a quel sano e naturale egoismo che spinge l’essere umano verso gli altri. Infatti l’egoismo è tipico dell’uomo, è la condizione fondamentale della sua vita ma è anche la condizione indispensabile della sua dimensione sociale e della civiltà. Quando l’uomo è solo è debole ed aggressivo, perché vede negli altri un pericolo per la sua esistenza e l’unica arma che gli fornisce la sua natura è la violenza.
Ho definito l’uomo il più egoista degli animali, ed è vero. L’uomo rivendica in ogni suo atto, in ogni sua manifestazione il proprio ego, la propria identità, la propria centralità. Ma tutto questo altro non è che la rivendicazione della propria diversità rispetto agli altri e ciò può avvenire soltanto in una comunità, là dove ci sono gli altri rispetto ai quali distinguersi.
La civiltà è il cammino dell’uomo, il suo diversificarsi nel tempo da sé e dagli altri. L’animale non produce civiltà perché cambia soltanto per adattarsi all’ambiente: l’animale riceve dai suoi genitori gli insegnamenti che regolano i suoi comportamenti di immediata sopravvivenza ed esegue i comportamenti istintivi che gli sono stati trasmessi geneticamente. L’animale non è egoista perché non si confronta con gli altri, quando ha ottenuto quello che gli è necessario, e non vuole più di quello che ha per vivere e soddisfare i suoi bisogni fisiologici. Quando ha soddisfatto le sue necessità diventa indifferente a tutto il resto. Prendiamo, ad esempio, le società delle api e delle formiche, ma è un po’ quello che vale per tutto il mondo degli insetti: ogni individuo ha un suo ruolo che svolge per tutta la sua esistenza, certamente in funzione sociale, ma attivando esclusivamente la sua dimensione: non si confronta con gli altri individui della sua comunità ma opera parallelamente ad essi. Anche per le comunità dei mammiferi i ruoli sono statici, nel senso che ogni membro del gruppo accetta la presenza degli altri componenti in funzione della realizzazione del proprio ruolo.
L‘uomo è egoista perché guarda gli altri, non vive in sé: anche quando ha tutto quello che gli serve per la vita fisiologica, resta insoddisfatto e vede negli altri quello che gli manca. Il rapporto con gli altri gli dà la consapevolezza del proprio essere limitato e, conseguentemente, diventa lo stimolo, la spinta ad avere ciò che non ha. L’egoismo, in tal senso non è tanto e soltanto invidia degli altri, ma è soprattutto senso di frustrazione, da una parte, e desiderio di avere di più, di essere diverso, voglia di affermarsi e di crescere. E’ l’egoismo che genera la competizione ma anche l’emulazione e la socializzazione, perché è nel rapporto con gli altri che il singolo diviene più forte: L’ambito sociale è l’agone dove l’individuo esercita le sue capacità, ma dove trova anche le motivazioni e le possibilità di incrementarle e quindi di crescere e di affermarsi. L’individuo, in quanto tale, è debole e sente la sua debolezza, mentre nel gruppo si sente confortato e acquista la consapevolezza della propria forza.
Purtroppo l’egoismo che la nostra società democratica fa riemergere è quella di un individuo che non apprezza quello che ha e vuole soltanto avere anche e soprattutto a danno degli altri.
La nostra democrazia sta maturando, a livello sociale e politico, le contraddizioni su cui ha le sue fondamenta e invece di riproporre la necessità della coralità sociale, il bisogno umano di uscire da sé e di trovare negli altri quel sostegno, quell’incentivo e quella gratificazione che gli consentano di realizzarsi, esaspera e distorce la rivendicazione della propria libertà.
La libertà consiste nella possibilità di realizzare e potenziare le proprie capacità, una possibilità che soltanto la comunità può dare per cui i diritti individuali sono doveri nei confronti degli altri e non affermazione di sé contro gli altri.
Nel diciannovesimo secolo si è sentito il bisogno di contemperare diritti e doveri, ma la corsa all’avere, ossia l’esaltazione del benessere economico, ha fatto prevalere la rivendicazione dei diritti, come diritto ad avere senza mai dare.
Vittorio Pratola
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