MEZZI DI COMUNICAZIONE E FATTI DI CRONACA NERA

2° puntata

   C’à da considerare, purtroppo,  che dare a tutti le stesse possibilità di sviluppo e di attuazione delle proprie aspirazioni e delle proprie capacità è un’utopia irrealizzabile e irrealizzata, per molteplici motivi sociali, economici e soprattutto culturali.  La scuola è obbligatoria e gratuita sulla carta ma non nella realtà.  A cominciare dalla localizzazione degli edifici scolastici, per raggiungere tali strutture la spesa e il tempo necessario sono un onere molto pesante per molte famiglie, non sempre sostenibile. Poi ci sono da comprare i libri, i quaderni, le penne, le matite, le gomme, i diari e tutto il materiale che di volta in volta è necessario;  per quante e quali famiglie è facilmente possibile  sostenere le spese relative?  Inoltre, a parte le difficoltà economiche, la scuola impegna gli studenti per un periodo di tempo molto limitato, ed è giusto che sia così, ma lo studente che vive in un ambiente deprivato culturalmente non ha le stimolazioni e soprattutto il tempo e il modo di assimilare esperienze diverse da quelle che possono avere coloro che vivono in un clima culturale elevato. Essi, spesso, sono nella necessità di soddisfare i bisogni primari dell’esistenza, e a volte della sopravvivenza, che li chiudono in un mondo ripetitivo e limitativo. 

    Ma c’è di più.  Gli insegnanti sono esseri umani che vivono nella società del loro tempo e quindi con tutti i limiti che da essa incidono sul loro modo di essere.  Ad eccezione di una minoranza che si sente realizzata nella funzione docente e che riesce a trasmettere ai discenti il piacere e il desiderio della conoscenza delle discipline che essi hanno abbracciato, la maggior parte è personale che ha trovato nella scuola l’unica soluzione per avere un impiego.  La crescita molto rapida del sistema scolastico, per l’attuazione dell’istruzione obbligatoria e gratuita fino a sedici anni, ha determinato una richiesta molto accentuata di personale docente, a basso costo, che ha favorito l’ingresso di personale non qualificato o poco qualificato, per non dire squalificato.

   A parte la sperequazione tra ideale della scuola democratica e l’effettiva realtà educativa, il principio dell’uguaglianza, che dovrebbe essere uguaglianza del punto di partenza per tutti, è diventato uguaglianza del punto di arrivo, grazie soprattutto ad opera della politica

   La politica, o meglio certi politicanti, hanno sbandierato la rivendicazione dell’uguaglianza nella scuola, là dove, invece, dovrebbe essere perseguita la diversità di ognuno rispetto agli altri, ossia la propria qualificazione personale, il proprio significato, la propria personalità e la propria competenza, per costituire quella molteplicità armonica che dovrebbe essere la società ideale.

   Il falso concetto di uguaglianza è sfociato in una forma di omogeneità, in cui le differenze individuali debbono scomparire.  E’ il portato del sei politico nelle scuole medie superiori e successivamente del ventisette e trenta politico nelle università.  Questo appiattimento, o meglio eliminazione, delle valutazioni del rendimento di ciascuno è esattamente il contrario di quello che si propone, idealmente, la scuola:  fornire gli strumenti culturali nelle diverse discipline e valutarne l’acquisizione da parte dello studente a suo beneficio.  In tal modo, invece, tutti hanno diritto a un diploma e tutti hanno il diritto ad una laurea, così sono tutti uguali, anche se tutti hanno una uguaglianza soltanto formale.

    L’appiattimento in basso porta con sé un deprezzamento sempre maggiore della scuola pubblica a vantaggio di quelle private o straniere dove vanno a studiare i figli di chi può sostenere forti oneri;  guarda caso quasi tutti dei politici e di coloro che appartengono alle classi privilegiate.  Ma c’è di più.  L’uguaglianza formale e l’appiattimento provocano violenza.    I giovani, infatti, avvertono chiaramente le diversità con altri compagni e soprattutto chi si sente inferiore reagisce spesso violentemente nei confronti dei diversi che, normalmente, sono quelli che hanno capacità e rendimento maggiori o purtroppo quelli che hanno delle deficienze psicofisiche.  Se sono più prestanti fisicamente usano la loro forza per affermare la loro superiorità o, meglio, per sfogare il senso di inferiorità e di vuoto interiore, di cui sono consapevoli, altrimenti si coalizzano con i loro simili che, nel branco, trovano la forza per aggredire gli altri.

    Inoltre la scuola viene meno alla sua funzione sociale che è quella di rispondere alle richieste che gli vengono dal mondo del lavoro, dalle scienze, dalla tecnica, perché non fornisce quegli strumenti culturali senza cui le nuove generazioni non possono inserirsi nel processo della civiltà e contribuire al progresso sociale.

Nelle scuole elementari è stato eliminato il voto e la bocciatura, motivando tale decisione con il fatto che il bambino sarebbe traumatizzato e quindi ghettizzato con conseguenti comportamenti aggressivi nei confronti dei compagni.  E’ un modo per nascondere che la scuola non può attuare effettivamente l’uguaglianza del punto di partenza, lasciando il povero bambino nella situazione di arretratezza socio-culturale che continua a soffrire nella formale uguaglianza con gli altri.  E’, soprattutto, una grave forma di diseducazione, in quanto annulla quel processo di responsabilizzazione, in cui consiste l’autoeducazione, la conquista si sé.  Non si può crescere, non si possono attivare capacità e abilità cognitive e operative senza avere di fronte degli ostacoli da superare, contro cui incorrere anche in sconfitte, per avere la forza di reagire.  Quando la strada è sempre appianata non impegna, non richiede nessuno sforzo a percorrerla e al primo ostacolo il cammino si arresta. 

   La scuola dovrebbe graduare le difficoltà che sono indispensabili per far prova di sé, perché ciò che si conquista con le proprie forze è gratificante e fortemente stimolante a procedere nella propria autorealizzazione.   Tutto ciò che è concesso senza sforzo,  non solo non impegna in alcun modo e quindi non è formativo, ma non è neanche apprezzatp, non dà alcuna soddisfazione.

  Vittorio Pratola

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