3° parte
La rapida e sommaria carrellata sulle conquiste dell’intelligenza umana, almeno negli schemi che le contengono e le limitano, è motivo di orgoglio e di ottimismo, perché questi traguardi sempre più arditi e sempre più stupefacenti sembrano essere capaci di risolvere i problemi che affliggono l’umanità, se non nell’immediato, almeno in un imminente futuro. Ma questo è di fatto un’illusione, un’utopica speranza che non tiene conto della natura umana nella sua complessità e soprattutto delle strutture sociali in cui esse vengono conseguite e quindi rese operative.
L’essere umano, per sua natura, è l’animale più egoista che esista e questo suo egoismo può attivarsi e realizzarsi soltanto in una dimensione sociale. Già oggi le conquiste della scienza e le relative sofisticate tecnologie, alle quali tali conquiste hanno dato vita, sono diventati strumento a disposizione di pochi privilegiati per posizione economica o sociale. I mezzi di comunicazione servono soprattutto all’economia per indurre bisogni che permettano l’incremento dei consumi e quindi dei profitti di pochi. Ma sono ormai in grado di orientare le masse non soltanto nei consumi, ma anche nelle convinzioni più profonde che determinano comportamenti voluti da altri, i pochi che hanno il controllo di tali strumenti. Altrettanto avviene per le altre conquiste della scienza e della tecnica: servono soltanto a rendere possibile la soddisfazione dell’egoismo dei singoli, che possano permetterselo, trasformando il proprio corpo, conservandolo con l’acquisto di organi, scegliendo i caratteri somatici, per adesso, preventivamente selezionati per i propri figli o addirittura riproducendosi identico, nella folle idea narcisistica di sé.
Il domani si prospetta come estensione del presente e negazione di ogni aspettativa, negazione della vita come novità e ricchezza di possibilità creative. La schematizzazione dell’intelletto umano, ossia la sua attività che immobilizza nella legge immutabile ogni mutamento, diventa la dimensione reale del futuro.
Le macchine intelligenti sono state costruite per aiutare l’uomo e per sostituirlo in quelle attività che risultano pericolose o che sono ripetitive ed usuranti, ma anche in quelle che comportano movimenti millimetrici o impossibilità di accesso per gli strumenti maneggiati dagli uomini. Esse non saranno mai in grado di sostituirli, ma sono proprio gli uomini che tendono a ridursi ad esse e che possono essere trasformati in macchine.
La società moderna ha tutte le caratteristiche per fare dell’uomo una macchina. Ci sono Stati autocratici o pseudo-tali che, per conservarsi, debbono imporre con la forza la loro sopravvivenza e, appena potranno, utilizzeranno tutte le tecnologie per determinare il modo di essere dei loro sudditi: cosa semplicissima se pensiamo che un semplice microchip, collegato all’intelligenza artificiale, può agire sul cervello e condizionarne il funzionamento.
D’altra parte è già in atto, in tuti i paesi del mondo, un controllo capillare delle popolazioni che sono spiate perfino nella propria intimità e sempre più orientate nel proprio modo di essere.
Anche le cosiddette democrazie si avviano alla loro degenerazione, conseguenza di una struttura in cui il potere non appartiene al popolo, come indica il termine democrazia, ma a minoranze che si combattono tra di loro senza esclusione di colpi. Nate dalla violenza, hanno visto nel tempo un aumento e una diffusione della violenza sempre più accentuata. E’ una violenza che trova la sua giustificazione sul diritto di difendere la propria libertà ed in effetti è l’espressione dell’affermazione egoistica di sé. E’ l’egoismo di ogni individuo che trova in minoranze agguerrite e senza scrupoli la possibilità di esplodere. Nelle democrazie, ormai divenute oligarchie plutocratiche, finché esisteranno gruppi diversi che si combattono tra di loro, sfogando la loro rabbia in mille direzioni, il potere dei plutocrati resterà a guardare, ma se una minoranza violenta riuscirà ad avere il sopravvento su tutte le altre, il loro intervento sarebbe lo stesso adottato dalle autocrazie e da ogni regime autoritario, proprio perché avrebbero le possibilità di padroneggiare gli strumenti forniti dal progresso scientifico.
Ormai l’uomo, come una macchina può essere programmato geneticamente, può essere condizionato psicologicamente ad avere reazioni affettive ed intellettive predeterminate; come una macchina può essere rottamato o ricostruito con la sostituzione di pezzi. E’ ciò che nella storia recente dell’umanità si è già cercato di fare: in Germania con Hitler si ipotizzava la realizzazione di una razza pura e in Unione Sovietica, con Stalin e la sua cortina di ferro si è cercato il perfetto ed incrollabile cittadino comunista. Sono stati tentativi terribili e drammatici, miseramente falliti, ma erano il tentativo di immobilizzare il presente in un futuro identico ad esso.
Oggi, là dove una minoranza violenta riesce ad assumere il potere, avrà gli strumenti idonei per soddisfare il suo interesse egoistico di conservarsi e quindi di annullare il futuro in un presente uguale a se stesso. Saranno le macchine, che ormai sono operative ma non creative, in quanto capaci soltanto di ripetere meccanicamente quanto contenuto nei loro circuiti, a gestire anche l’uomo e ad esse non sfuggiranno neanche coloro i quali le hanno messe in funzione.
Il futuro muore nel presente a meno che la vita, l’energia psichica che è presente negli esseri viventi, non si esaurisca nelle manifestazioni che la scienza controlla e sia in grado di essere e di andare al di là degli schemi rigidamente immobili dell’intelletto umano.
Pratola Vittorio
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