Il dibattito sui femminicidi, oggi, si è particolarmente accentuato ed infervorato acquistando quella virulenza che scoppia quando un avvenimento di cronaca colpisce significativamente l’opinione pubblica e legittima i mass media e le forze politiche che possono approfittare di una cassa di risonanza per far sentire la propria voce e rivendicare la propria posizione e la propria condanna, nonché la propria integrità morale.
Come tutto ciò che suscita una forte emozione nelle masse, comunque, anche questa volta il silenzio prevarrà sulla babele di voci che rivendicano rimedi, pontificano sulle cause e intessono discorsi psicologici e sociologici e pedagogici che lasciano il tempo che trovano.
La violenza sulle donne è soltanto un aspetto, certamente significativo ma parziale e circoscritto, di una VIOLENZA che è costitutiva della società, soprattutto della nostra società.
Cominciamo dai nostri governanti. A parte le indecorose risse parlamentari, che vedono i rappresentanti politici, di tutti i livelli, da quelli comunali ai deputati e senatori, azzuffarsi fisicamente in una indecorosa maniera, ma la violenza verbale domina sempre l’agone politico e si sa, come recita un antico adagio, che la lingua non ha l’osso ma rompe il dosso. Le parole sono il vento che, seminato, genera tempesta. Ma è soprattutto il modo di operare e il comportamento dei leaders, di volta in volta ai vertici del potere politico, che testimonia il progressivo venir meno della dimensione sociale nella politica. In ogni dichiarazione emerge e si afferma l’io: io ho fatto, io ho detto, io ho ottenuto, io,.. io… I leaders non sono più i rappresentanti delegati della comunità; sono la comunità. Che differenza c’è, a questo punto, con gli Stati teocratici, in cui il sacerdote di turno è la divinità? Il capo del partito, o del governo, rivendica se stesso e il suo operato come espressione della comunità e i suoi sostenitori acclamano ai suoi successi. E la violenza dilaga.
Quante volte le opposizioni hanno minacciato e continuano a minacciare il ricorso alle piazze dove è facile trovare il contributo consistente di facinorosi che esaltano la forza della protesta con la loro violenza? E’ una prassi ormai collaudata da tempo e nel tempo, a danno di una democratica dialettica di opinioni e di proposte diverse.
Tutta la vita democratica della nostra società è strutturata sulla violenza: le rivendicazioni dei sindacati dei lavoratori sono dirette e amalgamate dalla violenza verbale degli organizzatori e dei loro vertici, accompagnate dalla violenza fisica delle frange estremiste e dai danni provocati agli altri cittadini; le manifestazioni dei partiti hanno come direttiva prioritaria la cancellazione e la negazione dell’operato degli altri partiti; le manifestazioni dei molteplici Comitati organizzativi rivendicano violentemente la loro opposizione a tutti e a tutto; le bande criminali perseguono violentemente i loro interessi particolari. In fondo rimane e permane la violenza particolare del singolo individuo che aggredisce chi è più debole di lui.
Purtroppo è proprio la strutturazione della nostra società democratica che genera e favorisce il diffondersi della violenza. Naturalmente l’uomo è aggressivo e cerca di affermarsi imponendosi su chi e su ciò che gli è vicino e che nel tempo diventa il suo spazio vitale: il processo di socializzazione dovrebbe consentirgli di sentirsi momento e valore di un tutto più grande, di un organismo che lo esalta nelle sue capacità e che si arricchisce del suo contributo. La nostra società è nata dalla e sulla rivendicazione dei diritti, di settecentesca memoria, senza dare, contemporaneamente, altrettanto rilievo alla cultura dei doveri: non c’è diritto che non sia anche un dovere!
Le conquiste soprattutto economiche, ma anche politiche, prima del ceto medio contro la nobiltà e poi delle forze sociali, attraverso le rivendicazioni sindacali, si sono sclerotizzate in privilegi di gruppi che non li hanno assunti anche come propri doveri. Nel tempo si è progressivamente e contemporaneamente affermato e concretizzato un sistema dell’avere di contro al valore dell’essere: è mio e mi spetta tutto quello che hanno gli altri, indipendentemente dal mio impegno per averlo. E’ una mentalità che si è diffusa in particolar modo dal secondo dopo-guerra quando molto genitori, memori delle loro sofferenze e dei loro sacrifici, hanno ritenuto che i loro figli non dovessero sopportare quanto sopportato da loro. E hanno dato, dato tutto senza chiedere nulla in cambio: in molti giovani si è radicata la convinzione di avere un diritto che, purtroppo, anche certi giudici hanno avallato, obbligando alcuni genitori a mantenere dei figli più che trentenni, fino alla realizzazione delle loro aspirazioni, per le quali non si erano mai impegnati.
(continua)
Vittorio Pratola
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